Il passato che non resta

Il passato che non resta

Il 2012 è stato un anno veramente esaltante per la mia vita artistica. E’ cominciato col disco Tutto ciò che si poteva cantare e si è concluso con il libro di poesie Il passato che non resta. Le due opere si somigliano perché sono il culmine di un percorso iniziato dieci anni fa. Sono molto soddisfatto.

Vorrei ringraziare tre donne che mi hanno aiutato in quest’impresa.
La poetessa Anna Lamberti-Bocconi che ha scritto l’introduzione, la fotografa Fabiana Zanola che ha creato appositamente il fotogramma in copertina, e Federica Cremaschi che ha seguito il lavoro dal principio alla fine leggendo, correggendo, impaginando.

Grazie di cuore a loro e a tutti quelli che finora mi hanno letto e ascoltato.

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Il passato che non resta

L’introduzione di Anna Lamberti-Bocconi

Il passato che non resta, questo il titolo chiave che indica la tonalità del libro che avete tra le mani: è di quelle frasi che, dense, esprimono in una riga l’enigma motivante che fa da spina dorsale a un’opera. Seme e sintesi di un discorso davvero vasto e profondo, che mi ha lasciato sinceramente ammirata.

Il libro è composto da tre sezioni, Il passato che non resta, Canzoni d’amore, La celebrazione dell’indifeso, che tracciano un percorso compatto e coerente in cui la ricerca sul linguaggio non si separa mai da un analogo lavoro sul pensiero e sull’immagine. Perché Giovanni Peli sa prendere la misura a voce e idee bene come un mago, a colpi di materia, gusto e invenzione e con molto molto cuore. Come faceva suo padre con le calze: …con quelle dita che parlano più della bocca/ che hanno sempre accarezzato tutto/ anche gli aghi dentro le macchine/ e tu eri il mago perché uscivano le calze/ “rocche, filati, traforato, lana, cotone”/ erano le tue formule magiche.
Un enigma motivante alla poesia in generale, e a questa di Giovanni in particolare, è certo lo svanire all’indietro delle cose. Dov’è che vanno, se non nella vita di colui che le sta pensando? Dov’è che si imprimono, se non nei suoi gesti e carne? Ma allora vanno nel futuro… E questo è il mistero che spinge a scrivere sul serio. Ora mi viene tanta voglia di fare una cosa più che proibita nel parlare di un libro altrui: citare me stessa. Mi si perdoni la scorrettezza, e la si prenda nel senso giusto, come segno che il libro di Giovanni l’ho sentito fino in fondo. Io sono i morti./ Sapete, quelli del mio viso./ A fior di spada sull’acqua del secchio/ a filo dello specchio riflessivo./ Sapete, il funerale del vivo./ Dove si impara a star forti.
Per effettuare una riflessione esauriente sulla struggente forza vitale che ha distillato generazioni e Storia nel singolo individuo sensibile che porta il nome di Giovanni Peli, il poeta ha scelto di compiere un prezioso lavoro sulla memoria, trascrivendo amorosamente dalla sua infanzia ogni essenza di presagio, ogni cosa che non sarebbe rimasta, come se già nel loro modo di colpire il cuore quelle lontane avventure avessero posseduto una consapevolezza di perdita.
Il primo verso della raccolta manifesta proprio questo, Va piccolo nel cuore, e per me è la locomotiva sentimentale di tutto il libro, anche quando poi la dimensione del ricordo si incanala, nella seconda e nella terza parte, verso una sintesi complessa che chiama in causa la crescita, l’amore, la formazione e il senso. Ma per tutta la prima sezione siamo nel puro scavo di un bianco e nero da alto cinema, esplicitamente citato nella seconda lirica, Io ce l’ho, questa scena in bianco e nero/ di lui completamente ghiacciato che torna/ senza cappotto nell’inverno di una notte/ l’aveva messo come una coperta al barbone/ lì nascosto male all’angolo, una specie di neorealismo emotivo e a volte di antropologia alla Pavese, che racconta di quando tutto si teneva insieme in un universo che non c’è più, vivente tra estri di adulti e proiezioni infantili, ancora radicato alla tradizione orale dell’Italia contadina. Storie di imprinting, di quello che poi sarà il “sapere davvero” di una vita, e che troverà risveglio nella crescita, nel disincanto e nell’amore.
Sono poesie che restituiscono un modo forte di sentire e tradurre in lingua il capogiro che coglie a guardare coraggiosamente negli occhi la perdita di tutto calata in un presente che si rigenera, in una coscienza disincantata che, pur non potendo cedere a nessuna lusinga di fede o di sistemazione definitiva, rimane tuttavia fedele all’ignoto incanto dell’origine: …un tempo non chiarito e dilatato ci restituisce il silenzio/ questo ripetuto e mai completo silenzio d’oro/ luce mai completa luce dell’oro:/ porto con me un fruscio di gonne/ che copre tutto quello che mi confidi/ perché non ci credo, e non ne so far tesoro.
La seconda sezione è invocazione alla forza creatrice e saldante dell’amore nel mondo adulto ormai scisso, amore per un’altra determinata persona – unico sostituto a buon merito dell’infanzia – che rifà possibili nel presente emozioni e volatilità e senso del nulla e verità sensoriali che vengono da lontano. Tu folgore che crei dal niente/ che sbrogli ciò che si involve/ vieni a toccarmi il vuoto/ che in pieno evolve.
E nella terza parte infine l’indifeso, l’innamorato, l’ex bimbo, l’individuo tira i fili della ricerca e si pone egli stesso come creatore, pur senza rinunciare alle sue propensioni alla fuga, alle fantasie, alla riflessione, schivo nei suoi istanti fragili, sempre in bilico sull’orlo del vuoto o volo, in un progetto d’amore che è poi la ragion d’essere del libro: unire il passato al futuro per mezzo dell’enigma del proprio vivo sentire.
Questo percorso si può ovviamente intendere come una storia di formazione, dalla forgia dell’infanzia, a quella dell’incanto del “tu” d’amore, a quella infine dell’io consapevole dei suoi averi: Tutto è il mio basilico/ sul balcone in affitto:/ il suo profumo quando si esala/ sembrerebbe non finire./ Così il mio bacio mai rotto./ Posso sapere.
Ma io preferisco ammirare la compattezza del lavoro tutto insieme, perché so che il “dentro” del magnifico commiato che chiude il libro è comunque fatto dell’amalgama di tutto, proprio tutto quello che c’è stato prima – distinto, confusivo, ricordato, mai tornato. Un tempo i sognatori/ ricostruiranno finalmente il cielo/ che più amorevolmente ci proteggerà. E se non l’avessimo capito, ce lo suggerisce l’abilità linguistica dell’espressione Un tempo messa lì a indicare il “quando” accadrà l’utopia descritta: è infatti un’espressione temporale indeterminata che di solito si usa per parlare del passato, ma Giovanni la mette a indicare un futuro felice, sotto la protezione del cuore fantastico di noi tutti.
Ecco, il linguaggio, altro versante sul quale il poeta si è cimentato con ottima riuscita espressiva. Dovessi indicarne schematicamente le caratteristiche, direi, per punti e in ordine sparso: 1) cantabilità; 2) lirismo legato a denotazioni precise, materiche, non vaghe; 3) densità, forte peso specifico delle frasi, ottenuta spesso e volentieri per forzatura delle regolarità sintattiche; 4) uso della ripetizione di parole, come chiave rafforzativa che indica quali sono i nuclei che pulsano al centro di un bisogno del dire. Insomma, una grossa ricerca poetica, dove l’attenzione alle parole e il governo del linguaggio sono funzionali all’impegno di comunicare il meglio possibile qualcosa di ricco e profondo che si desidera dire, scolpendolo nel momento in cui lo si scrive: una poesia dove il linguaggio crea il senso, oltre a trasmettere un significato. Ossia, esattamente quello che la poesia deve essere. Buona lettura.

Anna Lamberti-Bocconi

 

Alcune poesie tratte da Il passato che non resta

Epopea di un piccolo mostro

Dimmi perché non si è fermato il tempo
quando provavo
e non riuscivo ma riprovavo
cento cento cento volte
come oggi nemmeno le carezze,
a tirare forte contro
la saracinesca
nel caso potesse distruggersi,
salire lungo la rete di ferro
senza mai guardare giù,
poi sputare e scendere in discesa:
si potrà recuperare il coraggio?
Sdraiati per terra col dito inseguire
un prodigioso niente che corre
sul pavimento.
Dove vai ora se guardo su
bambino enorme mostro
minacciato dai trent’anni
dagli occhi suoi belli,
dalla stessa tua voce?

 

L’amore inconsapevole

Era abbastanza guardarsi negli occhi e non capire
il motivo di quella luna di miele, di quelle spiagge affollate,
di quell’odore di nuovo dentro alla 131.
Guardarsi negli occhi e scoppiare a ridere
di fronte al mistero del loro amore, del loro destino di consumatori.
Dei loro figli che verranno, dei regali fatti col cuore.
La Romagna non fa un gran benvenuto:
c’era un vermetto nelle fragole.
Ma anno dopo anno diventa una seconda casa
gli anni passano e la Romagna è la vita.
Ma non voleva dormire sotto le stelle,
allora ripresero ancora a camminare.
Infatti tornano ogni anno,
perché qui è come essere a casa,
si mangia bene come a casa e poi tutti vengono qui.

 

A Elle

La tua bocca mi conferma la vita
nel bacio che abbiamo trovato
quando i gatti con ritmo segreto
chiesero alla notte dolcezza.
Sia poi l’alba sonora dei passeri
a percorrere la tua pelle di petali;
ed il mio spirito in senso contrario risale:
torna sulle tua labbra e disegna
l’enigma del desiderio e dei sogni.
Il tempo si ferma sul tuo collo
e la mia mano è una foglia
caduta verde, per te arresa
nella sua primavera.
Incerta e serena, cambia la conoscenza
di giorno in giorno, deliziosa e screziata
come l’iride in cui vivi.
Siamo e non siamo
danzando sull’orlo di un sospiro.

 

Di seno in seno

“Sembravi proprio Lui”
come un’innamorata dice all’orecchio
la suora alla tua barba finta.
Tu che volevi imparare a recitare
e sei infine diventata mia madre.
Quanti capelli avevi
da caro Gesù che eri?
E tu? Che non mi vuoi mai più?
Finalmente non-madre non-angelo
non ti sovrapponi, né concava né convessa tu
e i capelli come nella canzone di Dalla
sono troppi quindi infidi.
Non so odiare.
Allora corro nelle voci di Dalla e del buon Gesù
e sbatto la porta della stanza delle bugie
infine ti sfondo ancora senza godere
la tua anima di vetro perduta.

 

Avvitare e stringere

Lo sguardo di uno che non credeva
per niente a quello che stava facendo: era tutta
una questione di oliare, avvitare e stringere,
guardare le cose piccole dentro gli ingranaggi.
Era solo questione di farsi venire il mal di schiena
stando 12 ore al giorno in piedi. Tutta la sua vita.
E tutto il giorno il sorriso di sua moglie
registrato e finito in un cassetto del cervello da tirare,
un sorriso di chissà quando o mai stato:
anche lei sfinita tutte le sere e i suoi turni,
e tutto il giorno le voci inspiegabili
dei due bambini angeli brividi
che vorrebbero dire di no
e non lo fanno.

 

Gioco della negazione

Mi corteggia una donna che adoro
i suoi seni sono pugni di neve
le sue mani sono lame profonde
la sua pelle è come asfalto che brucia.
La sua voce è sabbia e vetro che stride
i suoi fianchi sono vento gelido che sfiora
il suo sesso è un fiume che scorre e luccica
le sue labbra lana che avvolge e promette calore.
Ma io mi nego e non la voglio più vedere
perché ho capito mentre la stringevo a me
che non amo lei né la sua voce che mi chiama
io so amare solo me stesso che ama.

 

Un padre mai avuto

Sono dei poveri diavoli anche loro
alla fine lavoratori
e poi un po’ a puttane un po’ a bere
gli inglesi
mentre allo scalo a Singapore
ancora gli occhi chiusi teneva.
Figlio mio, vedi com’è bella la vita
non sai mai quello che ti capita
come cadere, uccidersi.
E gli occhi io me li sono ammalati.
Ma
puoi scegliere
di proteggerti
avere cura di te, non innamorarti delle persone sbagliate.
Scoprire che la colpa
del tuo male è invisibile a tutti ed è solo tua.
Impara a non rispettarti, a saperti nemico
allora sì che allora tu te la cavi.

 

Non abbastanza

“Se non dici niente
ti regalo la macchinina”
“Se non dici niente
potrei essere ancora io a cercarti”
fu senza protezione
il mio torace con catenina e medaglia
le mie ghiandoline credulone:
e pensare che già si è rotto nelle ossa
che ero piccolo
questo buffo individuo
per atti maldestri non miei.
Infatti col corpo che ero fermo
col sesso d’acciaio che ero
senza protezione dentro i tuoi occhi
non abbastanza dietro i tuoi occhi
non abbastanza mangiando i tuoi occhi
di te-corpo,
tu-nessuno.

 

Corriamo dietro ai gatti

Quello che ricompare è un passato
da rendere mutevole
e polvere sui libri
io che mai dico di essermi pentito veramente
perché tu invece ti sei subito pentita tu
di avere detto “non è questa la vita ecc. ecc.”
ma credendoci in fondo ma senza volermi dare colpe
io invece con una zampata me le sono prese tutte
e ho pensato col mio mutismo teatrale
“anch’io ecc. ecc. non sono più nobile
non sono più puro per colpa tua”.
Aggrappiamoci alle tende dunque e volendo
noi che assorbiamo l’un l’altro i nascosti ricordi
corriamo dietro ai gatti nei nostri quattro muri
domani avremo un passato migliore
di questo
e con gli occhi dell’altro spieremo ancora
nei nostri cervelli e nei nostri desideri
mai riconciliati e assurdi.

 

Le mie voci non nascono dal male

Non è sintomo di deriva un verso:
le mie voci non nascono dal male,
ho smesso di cullare il controsenso
di far del dolore cosa che vale.

Dagli occhi che non posso non cantare,
sorgenti di un afferrabile universo
dove il pensiero non sciupa il reale,
da lì proviene ciò che dico e penso.

La tua mano si apre e mi perdo ancora
nelle linee, quasi reti invisibili
che un piacere misterioso colora

e sottolinea per farle leggibili:
esprime te stessa il tuo corpo puro,
l’inviolabile sorriso il tuo futuro.

 

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© 2017 Giovanni Peli