Recensione su Il Primo Amore

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Recensione su Il Primo Amore

Sulla nota webzine letteraria Il Primo Amore

una splendida recensione di Lorenzo Gafforini a Incontro al tuono vicino

il libro di poesie di Giovanni uscito nel 2019 per Prospero Editore

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Incontro al tuono vicino

Nel caso Il primo amore fosse momentaneamente offline ecco il testo:

Con Incontro al tuono vicino l’Autore – Giovanni Peli – vive intensamente, cogliendo in ogni attimo un messaggio criptato da decifrare e poi restituire sotto forma di versi, strofe. Raccolta poetica pubblicata nel 2019, il libro si pone come una pregevole prova sia dal punto di vista stilistico sia per la varietà degli argomenti trattati. Particolare attenzione è dedicata agli affetti famigliari che a volte sono indiscussi protagonisti delle liriche, altre invece si pongono come intermediari per analizzare l’io poetico. Onnipresenti sono la compagna Federica e il figlio Sergio. Entrambi ricoprono un ruolo fondante, conferendo alla narrazione – sì, perché a volte si tratta di un vero racconto di vita – una costituzione alla maniera del nastro di Moebius, ripudiando il piattume di certe convenzioni. Eppure, in Incontro al tuono vicino è presente anche una terza figura che emerge distintamente nella prima sezione: il padre, colto dalla malattia «incuneata e trafiggente che […] toglie / il colore degli occhi e dei pensieri». Questa prima parte, in particolare, ha la capacità di restituire in maniera del tutto originale e personalissima la malinconia dell’Autore, contraddistinta sia da una feroce invettiva contro il deperimento sia da un’ironia agrodolce verso i ricordi. L’ineluttabilità del tempo, la consapevolezza dell’incombere sempre più opprimente della fragilità, non bastare più a se stessi; il vecchio padre non riconosce più «le persone che gli erano care» e il Poeta non può fare altro che constare, vedere. Ormai l’Autore – superati i quarant’anni – è padre, ma in lui è insita la tacita volontà di ridiventare figlio, specialmente bambino riconosciuto e ripararsi sotto l’ombra imponente del padre. Il tempo, però, ha scarnificato la pelle e con essa gli arti diventati ormai «ossicine [dove] basta soffiarci sopra e si spengono». La vulnerabilità rende minuscoli, inoffensivi, volti al supporto continuo e indispensabile dell’altro, tanto da diventare talmente piccoli, «anche tu come noi». Nei versi, però, non si percepisce pietà – e tanto meno pena verso la sorte – ma una presa d’atto e di coraggio verso la vita stessa. Per riprendere i primi due versi dell’ultima poesia del maestro di Zen Hoshin: «Io venni dallo splendore / E torno allo splendore». Nonostante il dolore di un figlio verso la sofferenza di un padre amato, c’è una connaturata speranza non tanto clinica quanto spirituale. L’insegnamento impartito – anche se in un semplice e sano essere genitore – si perpetua tanto che «mentre l’erba cresce e inorgoglisce il gelsomino / tu non sei più tu e io vorrei essere quel tuo io». E se anche – come afferma il Poeta in Un uomo come te – non dovesse esserci nulla dopo la farfalla, è anche vero che un progetto (più o meno divino) ha escogitato l’apice seppur fugace di un’esistenza. Per riprendere alcuni versi de La parola morte di Wilcock: «Ogni parola nome di una cosa / è un nome singolare della morte / tranne la vita che non è parola». Ed ecco come gli occhi del padre privi di colore, in realtà celano nell’iride caleidoscopi capaci di convogliare il lettore verso l’esistenza di un uomo, così che la sua vita possa perpetuarsi negli altri. La vita, dunque, come poesia, capace di condizionare inevitabilmente e a sua volta quelle delle persone a lui accanto. Concetto espresso magistralmente anche da Tony Harrison nella sua Poesia confessionale, contenuta nell’acclamata La scuola di eloquenza: «Ma tuo padre era un semplice lavoratore, / diranno, e non parlava certo in rime tonde. / Le poche parole che diceva non erano versi. // E invece qualche volta lo erano, come le vostre!».
E Incontro al tuono vicino si palesa in questi termini, un suono assordante capace anche da solo di smuovere in noi la paura sia per il rombo in sé sia per quello che potrebbe preannunciare. Un tema così pressante e che va a caratterizzare l’intera raccolta, tuttavia, non è contenuto in un componimento greve, dalle tinte malinconiche, bensì in un felice divertissement. In Paroline, l’Autore dialoga in maniera del tutto infantile con il proprio figlio, mentre lo tiene in braccio. Il tenero quadro famigliare corroborato da giochi fonologici, però, viene minato dalla presenza del tuono, appunto. Questa parola non contemplata nel vocabolario del piccolo genera in lui – e anche nel cosciente genitore – un forte senso di paura e ansia: «ogni cosa accade e si trasforma / vuole andare subito bia / incontro al tuono vicino / addosso al nostro destino». Il linguaggio acerbo del bambino diviene perciò veicolo per comprendere la violenza della natura – e con essa dell’esistenza – in maniera del tutto spontanea, naturale appunto. Per riprendere un’immagine cara a Prévert: «Quando un figlio / di donna e d’uomo / rivolge la parola ad un albero / l’albero risponde / il fanciullo capisce». Si intesse così un dialogo sommesso, a tratti incomprensibile, fra il piccolo e il mondo. In questo caso il padre Poeta diviene un mediatore per interpretare questo singolare sentimento di apprensione e al contempo di spassionata fiducia verso il futuro prossimo. Eppure il figlio è già germoglio di un uomo ed ecco come le figure del nonno, del padre e del figlio si mescolano in tasselli che restituiscono sempre e comunque un mosaico simile, ma mai uguale. Le emozioni si ripetono, anche se con leggere variazioni. L’unicità è soppiantata dal ripresentarsi dei sentimenti, dove anche i primi denti del neonato coincidono con l’andarsene del giorno («la promessa che ha già due dentini / le colpe che il cuore contiene / quanto può essere crudele il bene»). Le lucide visioni fataliste, però, lasciano spazio a liriche di estremo affetto verso il figlio, dove l’Autore si stupisce ciclicamente degli attimi costruiti e donati. Tutto ciò che il fanciullo tocca – sfiora, addirittura – diventa infinito («l’infinito è piccolo») ed egli diviene costruttore di mondi, semidio capace di plasmare in sé e per sé la natura a suo piacimento. L’amore nella sua forma pura, spontanea, disinteressata diviene direttore d’orchestra e lo fa per il tramite del bambino: «ricordati ciò che non ti potrò mai insegnare / prendi tra le braccia il vento e insegnagli come si balla».
È emblematico come la figura della compagna del Poeta emerga solo in un momento successivo, come se le pagine precedenti servissero – in un certo senso – ad annunciarla. Già nella sezione dedicata al figlio accompagnata dalla didascalia Convinti di essere troppo vecchi per innamorarsi decisero di vivere insieme, viene richiamata implicitamente la sua immagine. E fra poesie costellate da viaggi e ricordi si giunge naturalmente a un breve canzoniere d’amore, tanto spiritoso quanto contraddistinto da una sincera dolcezza. In particolare, fra tutte, spicca Gli ultimi anni, uno dei componimenti più lunghi dell’intera raccolta. Un’ode alla persona amata, uno spontaneo canto d’amore che esonda tanto da conferire a tutte le poesie un particolare senso di tenerezza. Riecheggiano i versi di Harold Pinter: «sempre dove tu sei / la mia carezza per amarti ti guarda negli occhi». Non mancano alcuni versi scanzonati che sembrano imitare un gioco improvvisato dagli amanti, i quali si divertono nel vortice degli anni, contraddistinti da continue novità e serene ore di quotidianità. L’amore, però, viene concepito anche come conquista di entrambi: «perché solo l’amore va sperimentato e con crudeltà umiliato». Ma il traguardo è grandioso, così immenso da donare l’insegnamento a chi sarà. Ed è così che il canto all’amata sfuma nella dedica al figlio, nato proprio dallo stesso afflato. «Ma solo tu potrai decidere il significato di ogni parola / e avrai la libertà di non voler sapere / cosa starò pensando lassù lontano / in un muto puntellato cielo d’estate».
E coerentemente la raccolta si conclude con alcune riflessioni del Poeta sul mondo dell’arte contemporaneo, con particolare riferimento a quello poetico. Perché se da una parte il padre suggerisce al figlio di non farsi incuriosire da «ciò che non contiene poesia», d’altra parte non si rassegna a rimanere sul generico, ma fornisce un quadro preciso. In sintesi, «abbi fiducia nella vita / e non nelle ideologie» sempre per citare Wilcock. Nella parte finale tanto amara quanto satirica, si raccontano guerre semi-fratricide fra poeti per la conquista del successo, oppure incensate plateali per i «nuovi poeti / con la p maiuscola». Subentra nuovamente lo sconforto dell’Autore, tuttavia, nel constatare tutte queste prese d’atto. Il giudizio viene lasciato ai posteri – tra cui, implicitamente, vi è anche il figlio. In questo senso si opta per il continuare a scrivere per la sopravvivenza sia in senso stretto sia artistica. Un atto personale che si configura anche come un passaggio di testimone. E la raccolta svanisce lentamente, lasciando però un vuoto ben definito, proprio come le formiche che in ordine marziale tracciano un percorso. Esse, segno principe della perseveranza del lavoro – ma anche del deperimento – illustrano la sintesi della vita rinnovata. Un omaggio, nuovamente, ai vivi capaci di lasciarsi stupire e comporre interiormente il loro mondo, senza sottrarsi alle fatiche e alle sofferenze.

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© 2021 Giovanni Peli | Foto di Mario Martinazzi