La vita immaginata

La vita immaginata

La vita immaginata

La vita immaginata descrive la condizione psicologica di uno stato d’eccezione che non è soltanto occasionale in un senso estrinseco – neanche fosse determinato da un mero incidente di percorso lungo il dispiegamento, altrimenti felice, di “sorti” sentite sempre ancora in quanto “progressive” –, ma, appunto, connesso in radice con un dramma essenzialmente politico, nel quale la scena (il mosaico testuale) dà figura alla fase risolutiva della favola antropica. Leggendo capita di percepire che il destino del singolo uomo non esista, giacché il destino di ciascuno di noi non è, in fondo, che l’avventuroso riflesso del cammino di una comunità, tra ordine (e dis-ordine) culturale e ordine naturale. Non si sa se come una speranza o una minaccia o, forse, tutt’e due, «nel mondo immobile della segregazione» si avverte l’incombenza sulla nostra vita del cosiddetto primato del politico. Che, tuttavia, Peli inscrive fra le pieghe sentimentali del suo discorso come un “fatto” che muove una più alta ansia di senso.

(Massimo Morasso, Postfazione)

*

Al sole le mani sulla pancia
è la tragica vacanza
fuori dall’angolo di calore
il gelo il silenzio intatto
come le ossa della comunità
da un circolare rumore d’auto
o da un sottile cinguettare
piccoli polmoni
è il gelo non condivisibile
gelo appuntito che fa i buchi grossi
alle colonne polmonari della primavera
la gente evade dal cortile
in cerca di un dopo
un tempo diverso e franto

*

Programmiamo l’esaurimento nervoso di questo argomento: il futuro senza la voce di nessuno. Le parole dette a voce sono proprio come i pori della pelle e finita la mia ne troviamo un’altra per fare il giro del mondo, il giro del mondo delle millecuti millepelli millepori mille leccate dei seni; il mondo è rivestito dalla pelle, la pelle dei cinici ha un sapore rancido, terminata la mia pelle c’è la tua pelle, la pelle del bambino insegue la pelle del vecchio, il bambino ha già imparato i segreti dei gesti del vecchio, il bambino gioca nei segreti della voce del vecchio, insegna ai padri come si leccano i seni, le millecuti delle donne scivolano sulla schiena arida del vecchio mondo, come una rugiada il sudore delle donne abbevera l’arida circostanza del terminare di ogni giorno, quando la pelle delle donne passa accanto alla finestra e al merlo, l’afflato programmato subisce una detonazione, e perdura la sensazione di vuoto, la paura del vuoto insiste a segnare in rosso la voce sul calendario, la preoccupazione di ogni vecchio per i gesti di ogni bambino sbianca in una improvvida purezza mentre cominciamo a conoscere la rarefazione della vitalità di ogni singolo bambino che chiama, fino a che anche la sua voce si perde sull’arido davanzale di roccia musicale, prospicente all’assedio della solitudine vascolare che può essere annullata solo da un’altra arida voce da marciapiede, una voce che non si può affermare né fermare dentro la gola, quella voce che è dubbio dolce e eterno, che è estremo addio e buongiorno, che pronuncia intercambiabili desideri: faremo cantare le piante i muri le cose mute

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Le estati roventi sono passate più fruttuose di quanto i morti avrebbero potuto mai immaginare, crescendo e perdendo sempre più la voce, come te, papà, ho sospettato che la gente se ne andasse via come passeri incalliti, per non perdere tempo con me, eppure nella solitudine ho trovato altre boccheggianti entità come prede volanti vicine al sole, tutta gente leggera, rispettosa del respiro, conforme, gente da richiamo. E mentre c’erano padri che castravano, con voce ferma (dicendo: mai vicino al sole!), tu, papà, quando avevi ancora voce piena e grossa da far sgranare gli occhi agli infanti, senza proferire parola, solo in un suono in fondo potenzialmente verbo di dio dalla caverna del petto allargato e peloso, naturalmente con piena volontà e controllo del respiro, dicevi muto: scegli il tuo sole e fanne ciò che vuoi

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Sei cresciuto dieci anni
nell’ultima mezz’ora
ricordo la terrazza
ancora da fare
fragore di sole contro i piatti
gatti che sfrecciano
l’albero da tirare giù
prima che crolli la neve
ricordo il nostro futuro
ti lancio un pallone
non voltarti
all’estate che scoppia
l’allegra goccia del possibile

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Il giardino è un campo di battaglia, i giochi sono ovunque abbandonati, spiriti benevoli nella lingua di sole. Sotto la mascherina teniamo la smorfia di chi può soltanto andare a raccogliere le frecce. Quando la luce troppo forte parla al ritmo della base musicale senza dire parole inglesi dice il deserto del pensiero. Consideriamo il raccattato: separiamo le punte avvelenate. Ma riporta solo frecce integre: domani lascia sparire nella sabbia queste spezzate con le schegge in fondo che sembrano bocche di chi muore con le labbra seccate attorno ai denti stretti che vorrebbero uscire, e sono sbarre alle parole tagliate

Edito da Lamantica Edizioni

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Fotografia di Mario Martinazzi

 

© 2021 Giovanni Peli | Foto di Mario Martinazzi