Il tema del viaggio nella canzone d’autore italiana

Il tema del viaggio nella canzone italiana

Il tema del viaggio nella canzone d’autore italiana

C’è un solo viaggio possibile: quello che facciamo nel nostro mondo interiore. Non credo che si possa viaggiare di più nel nostro pianeta. Così come non credo che si viaggi per tornare. L’uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito, perché, nel frattempo, lui stesso è cambiato. Da sé stessi non si può fuggire.
Andrej Arsen’evič Tarkovskij, Tempo di viaggio, 1983

Ho pensato di cominciare questa conversazione, che parlerà di musica, ma forse più ancora parlerà di letteratura, con la frase di un grande regista, per sollecitare fin da subito una indicazione di interdisciplinarità e di velocità di collegamento: ci accingiamo a intraprendere un viaggio nel viaggio: la sua caratteristica sarà la libertà e la velocità. Parlando di canzoni infatti avremo come binario soltanto il tema dato e salteremo, mi auguro con progressive sollecitazioni e curiosità, nello spazio e nel tempo con leggerezza. Un po’ come navigare in internet di link in link. Inoltre questa frase ci permette di riflettere subito su quanto il viaggio sia una grande metafora: nelle canzoni, come nella storia della letteratura, e più genericamente nella storia della narrazione, troviamo numerosi esempi di reportage di viaggio, realistico/giornalistici ma anche di finzione artistica. Tuttavia il viaggio è soprattutto una metafora della vita stessa, dell’introspezione, dell’amore.
Il tema del viaggio è sicuramente antichissimo e si può dire che sia nato assieme alla letteratura: non a caso i due poemi omerici, considerati simbolo della nascita della letteratura occidentale, si riferiscono a momenti che sconvolgono la vita dei personaggi obbligandoli a intraprendere un viaggio. E del resto possiamo dire che il viaggio è nato con l’uomo stesso, infatti le prime popolazioni primitive non erano sedentarie e il nomadismo è tuttora praticato da alcuni popoli. Non solo: oggi più che mai sembra invalsa una nuova forma di nomadismo: molto spesso il luogo di lavoro non coincide con il luogo di origine o con il luogo di residenza, ed è molto praticato anche il pendolarismo, una sorta di breve immigrazione continua, dovuta ai cambiamenti nel mondo del lavoro. Il precariato lavorativo, economico, e successivamente, esistenziale è un percorso di vita molto comune da una decina d’anni, ed è in Italia, forse più che in altri paesi europei, giunto all’improvviso, a segnare sicuramente anche una cesura tra generazioni relativa al modo di pensare e di vedere se stessi nel mondo.
Ma torniamo ancora un attimo a Omero: entrambi i poemi omerici parlano di viaggi e spostamenti: non solo, ovviamente, l’Odissea, ma anche l’Iliade, che racconta dei re Achei che lasciano la propria dimora per raggiungere Troia e combattere. Iliade e Odissea sono anche due paradigmi strutturali per tutta la letteratura successiva. Mi ricordo, seguendo le lezioni del professor Spinazzola, come era affascinante poter riconsiderare i due principali modi di strutturare il racconto popolare, d’appendice (il racconto poliziesco e il racconto erotico), come derivanti dall’Iliade – il racconto in cui c’è un intreccio, una trama che ha un inizio, una parte centrale di svolgimento e una risoluzione finale – e dall’Odissea – la narrazione con struttura a episodi con una cornice, tipica del racconto erotico.
L’Odissea è il racconto di un lunghissimo viaggio: anche il resoconto diaristico di un viaggio può facilmente avere una struttura analoga. Ma restando su un piano letterario, nella fiction, il viaggio è fin dall’antichità vissuto come una metafora del cambiamento, della crisi, del passaggio, della vita stessa. E in tutte le epoche, anche quelle non segnate dalla guerra che imponeva un viaggio drammatico, anche nei periodi pacifici, le persone colte e abbienti consideravano imprescindibile un “viaggio di formazione”. Pensiamo per esempio al Grand Tour, in voga in epoca preromantica soprattutto presso poeti e intellettuali tedeschi e inglesi: alle Elegie Romane di Goethe, all’incontro a Roma tra il nostro Leopardi (ricordiamo i suoi viaggi, le sue fughe, così intensamente vissute e così poco avventurose nella realtà, e le commoventi e acute pagine che il nostro genio partorì riguardo al viaggio e alla velocità: «Il viaggio di scoperta serve a vincere la noia insostenibile della vita») e il celebre studioso Winckelmann. Ma anche nell’antichità: pensiamo per esempio al viaggio di formazione dalle province a Roma, come avvenne per Catullo e altri poeti provenienti dall’Italia Cisalpina, oppure al viaggio di formazione da Roma alla Grecia. Consideriamo inoltre che viaggiare allora non era affatto comodo e ancora meno sicuro: il grande poeta Virgilio morì subito dopo aver compiuto il suo viaggio di formazione in Grecia.
Viaggiando di epoca in epoca notiamo che l’esperienza del viaggio di formazione è simile a quella del pellegrinaggio religioso. In tempi più recenti invece, tempi in cui nacque e si sviluppò moltissimo per motivi commerciali e culturali globali la cosiddetta controcultura rock, era molto in voga il viaggio in India… e ci siamo avvicinati (moltissime sono le metafore che indicano spostamento anche nel linguaggio comune, come vedete) ad un periodo storico, anni ’60, in cui la canzone era molto in voga e fu questo periodo storico anche la culla della cosiddetta “canzone d’autore”…
Anche in altri grandi classici della letteratura il viaggio si conferma argomento privilegiato, e il viaggio sembra essere sinonimo stesso di “esperienza”. Mi viene in mente per esempio la celebre novella boccaccesca di Andreuccio da Perugia, emblema dell’avventura, della capacità di trarre a buon fine la Fortuna, ovvero la capacità di adattarsi a ciò che il destino ci pone davanti, ai cambi repentini, e anche alle dis-avventure.
Un’altra citazione che propongo, per concludere questa introduzione e parlare di canzoni, è una battuta di Frank Zappa, con cui uniremo non solo la musica classica, la canzone narrativa (seppur comica) e la musica leggera, ma anche un piccolo spunto di riflessione sull’atto creativo, che sembrerebbe essere sempre di natura logica e razionale e quindi a mio avviso “narrativo”: «Per scrivere un pezzo ci vuole un inizio, una fine e qualcosa in mezzo». La provocazione lapalissiana porta con sé qualcosa di profondo. Ogni volta che ci poniamo l’obiettivo di scrivere e di trasmettere qualcosa agli altri compiamo una sorta di narrazione. In un racconto, un romanzo, ma anche in un brano musicale, sia esplicitamente nella forma classica di Beethoven sia nella musica contemporanea, sembra inevitabile poter riscontrare queste tre fasi (enunciazione/inizio, svolgimento, finale/risoluzione), non fosse altro perché prima dell’inizio e dopo la fine torniamo nel Nulla. Ed è come venire al mondo, vivere e morire. Anche nella poesia succede questo, pur non essendoci dichiaratamente un intento narrativo: si vuole trasmettere un’emozione e quindi un’esperienza.
Ma restringiamo il campo della nostra analisi.
La forma artistica che prenderemo in considerazione, la canzone (breve componimento letterario-musicale) presenta numerosissimi esempi riguardo al tema del viaggio, da parte dei più diversi autori. La canzone, a uno sguardo complessivo della sua storia, sembra per gli artisti luogo privilegiato per alcuni temi come l’amore e l’introspezione, ma anche il viaggio, inteso soprattutto come metafora, appunto, dell’amore e della vita stessa. Sembra che per ragioni direi antropologiche il viaggio sia una delle più efficaci metafore per parlare della vita: il viaggio come metafora della vita e di una relazione amorosa, essendo le due cose strettamente legate. Anche senza essere tremendamente romantici sembra davvero che per la maggior parte delle persone non possa esistere l’una senza l’altra, pur nelle dovute infinite sfumature.
Detto questo, ecco che quasi senza saperlo abbiamo sollevato una questione non indifferente che non possiamo fare a meno di evidenziare. Abbiamo parlato finora di un genere letterario, di consuetudini letterarie, tuttavia ci accingiamo a soffermarci su un’attività artistica che sembrerebbe musicale. In realtà credo che sia legittimo continuare ad affrontare la canzone (in particolare la canzone italiana del secondo Novecento) per come la consociamo anche come genere letterario, visto che la sua natura è sincretica. E ciò non per sminuire la componente musicale, ma per ricordare che le due discipline, fuse insieme, hanno pari dignità. La canzone è frutto dell’unione di due discipline ed è per ciò che in moltissimi casi questo genere di componimento, forse tra i più fruiti in generale dalla maggior parte delle persone di ogni nazionalità, spesso è scritto da due o più persone.
È altresì innegabile che quando si parla di canzoni ci troviamo di fronte a un immenso coacervo di produzioni che sono volutamente disimpegnate e retrograde da un punto di vista musicale, nel senso che da un punto di vista armonico e melodico offrono nella maggior parte dei casi dei contenuti semplicistici, volutamente inserendosi in una tradizione che da popolare è andata volgarizzandosi in un prodotto di intrattenimento e poi di mero consumo commerciale. Non a caso assistere a una rivoluzione a partire per quanto riguarda l’Italia dagli anni Sessanta con la prima scuola di cantautori, quella genovese, notiamo che era l’aspetto testuale a fare la differenza, per una maggiore eleganza versificatoria e una spiccata tendenza all’introspezione. Va tuttavia ricordato che altri fattori, extramusicali e anche extraletterari, hanno decretato la fortuna di certa musica leggera, di certi cantanti e di certe canzoni: fattori come il look, l’appartenenza o meno a mode, movimenti giovanili, contestatari, trasgressivi ecc., perciò, all’interno di questo complesso sistema comunicativo, massmediatico e artistico l’aspetto letterario era l’unico che poteva portare una discriminante sul contenuto effettivo della canzone.
Per scegliere le canzoni attinenti al topos letterario del viaggio abbiamo adottato un atteggiamento documentaristico onnivoro e quasi collezionistico, senza l’indicazione di una visione estetica che dia un giudizio e pure senza una scansione cronologica o geografica come nel nostro “viaggio” precedente (Cfr. “La storia della canzone d’autore italiana dal 1958 al 2008”). Non ci riferiremo nella scelta dei brani soltanto alla cosiddetta canzone d’autore – chiamata così da certo giornalismo per distinguerla dalla canzone dichiaratamente commerciale – ma in generale a tutte le canzoni. L’unico criterio è che siano in lingua italiana e che abbiano come tema contenutistico il viaggio, vero e proprio o come metafora.
Vogliamo quindi proporre un viaggio libero nello spazio e nel tempo attraverso ciò che di tipicamente italiano nei versi e nella musica si è prodotto attorno al tema scelto.
Aggiungo inoltre un’altra forma di viaggio, la navigazione virtuale. Infatti come vedrete questo incontro è strettamente collegato a una serie di suggerimenti che oggi possono essere le tappe di una lunga e piacevole navigazione in Internet, partendo dai link su Youtube.
Questa nostra piccola ricerca è infatti testimoniata dalla pagina Facebook denominata Parole da cantare, creata lo scorso anno per l’incontro “La storia della canzone d’autore italiana dal 1958 al 2008”. Da allora abbiamo deciso di fare del nostro meglio continuando a condividere con gli utenti la nostra passione e ci siamo volentieri allineati con la buonissima idea dell’Itineroteca che è poi diventata la base tematica degli incontri culturali del cartellone del Sistema Bibliotecario Ovest Bresciano, “Le terre dell’Ovest”. Dunque in questa pagina, dopo la carrellata di canzoni d’autore preparata lo scorso anno, e dopo un breve omaggio a Lucio Dalla, uno dei più grandi cantautori italiani che ci ha recentemente lasciato, si può trovare una playlist di 50 canzoni italiane che in vari modi parlano di un viaggio, metaforico o reale che sia. Successivamente inserita nel blog ufficiale di “Le terre dell’Ovest”, Parole da cantare è proseguita con alcuni link “extra” corredati stavolta da una breve e semplice descrizione relativa alla canzone o all’artista.
Durante il viaggio abbiamo tuttavia pensato di dare maggiore peso a tre cantautori in particolare che secondo noi hanno fatto del tema del viaggio una delle caratteristiche salienti della propria poetica musicale e letteraria: Paolo Conte, Ivano Fossati e Franco Battiato. Il tema del viaggio ci è parso frequentissimo nella produzione di questi autori e fondamentale nella loro personalissima e inconfondibile poetica, giustamente celebrata e amata dai fan. Senza dilungarmi, dichiaro però che un rapido sguardo sarebbe giusto darlo anche a un cantautore più giovane ma ormai decretato tra i classici: Vinicio Capossela potrebbe essere a sua volta studiato secondo un punto di vista “itinerologico”, anche se a mio avviso potrebbe essere considerato un “derivato” di Paolo Conte e Tom Waits… Tuttavia le sue atmosfere zingaresche e circensi in particolare sono molto calzanti.
Inoltre va detto che se per tutti noi antropologicamente il viaggio come abbiamo visto non è un tema secondario, è ancora di più invadente come stato, modus vivendi, per la vita di un artista che è per lavoro (e passione) costretto a spostarsi nelle tournée e a portare con sé il proprio bagaglio spesso pesante di sensibilità, supportata anche dall’energia e dalla disponibilità necessarie alle esibizioni.
Prima di ascoltare Conte, Fossati e Battiato, diamo uno sguardo e un veloce ascolto dalla playlist di 50 canzoni.

Paolo Conte

Ciò che mi ha colpito fin dall’inizio avventurandomi nel mondo di Paolo Conte è stata proprio la sua capacità di offrire una precisa ambientazione sonora e poetica, inconfondibile come la sua voce. È tipico infatti dei maggiori cantautori esprimere la propria personalità prima di ogni altra cosa: più che una capacità o un virtuosismo, la caratteristica della musica cantautorale è offrire un personale punto di vista all’interno di un contenitore apparentemente piccolo e se vogliamo superficiale, come la canzone. Per quanto riguarda il nostro tema direi che moltissime canzoni di Conte, quasi tutte oserei dire, sono una sorta di viaggio onirico, in cui inaspettatamente il punto di vista dell’osservatore (nelle canzoni di Conte raramente si dice «io», e lui stesso afferma che non si considera un autore autobiografico, mantenendo sempre un elegante distacco in ciò che racconta, appunto, da osservatore), che nonostante la signorilità distaccata non è certo un narratore indifferente, arricchisce di un particolare esotismo tra il sognante appunto o lo stralunato, anche la più banale e diciamo “nostrana” visione. Nella sua scrittura si dichiara la compatibilità con una situazione, ma poi la si arricchisce e la si colora di inaspettati esotici accenti. Ciò è evidente per esempio in canzoni come Boogie, Alle prese con una verde milonga, Genova, nonché nella celeberrima Azzurro, scritta in collaborazione con V. Pallavicini, ma indiscutibilmente contiana.
Quando si curiosa nella carriera dei cantautori, si resta sempre giustamente stupiti dal fatto che ci siano altri autori, altri collaboratori. Ci sono cantautori che scrivono testo e musica e altri che scrivono l’uno o l’altra, altri che invece scrivono tutto in équipe: è in realtà un ambiente in cui non ci sono regole, l’importante è ottenere il risultato estetico che ci si è prefissati. Sicuramente i cantautori sono soprattutto, come nota giustamente Jachia, un corpo che canta, ovvero che interpreta. Conte è unico anche in questo e riuscirebbe a rendere suo qualsiasi verso. Non è certo comunque famoso per interpretazioni di altri. È invece indimenticabile per aver creato con le canzoni un mondo unico e insostituibile.

Ivano Fossati

Nella poetica di Ivano Fossati il tema del viaggio è una presenza persistente e direi quasi ossessiva. Nonostante sia frequente il tema del viaggio come metafora di una relazione amorosa, come per esempio nella bellissima Naviganti, va sicuramente segnalato come il viaggio rappresenti nella sua scrittura una sorta di perenne sfida, legata anche al senso del dovere e dell’impegno, teso a sperare in un mondo migliore e a lavorare strenuamente per ottenerlo. Il mondo migliore sembra essere un mondo più attento alla solidarietà o comunque alla capacità degli uomini di essere uniti contro le regole del mercato che condizionano brutalmente la vita anche affettiva delle persone: sicuramente l’impegno di Fossati è intriso di una critica verso il mondo occidentale e la vita forsennata, tuttavia non viene cantata la fuga o il disimpegno, ma una visione più profonda delle cose, che possa servire per arginare le storture di un modo di vivere moderno. Pensiamo a ballate come Mio fratello che guardi il mondo. Nella bellissima Lindbergh invece la metafora del viaggio assume toni esistenziali e il viaggio è sinonimo di sfida, del raggiungere la massima, l’assoluta aspirazione dell’uomo: il viaggio come realizzazione dei più nobili intenti.

Franco Battiato

Il tema del viaggio è particolarmente frequente anche nella poetica di Franco Battiato. Innanzitutto va sottolineato il piglio sperimentale della sua ricerca, che ha spesso testimoniato un interesse per la musica contemporanea, il progressive rock, la world music e la musica elettronica. Nei testi sono celebri i suoi ironici collages, l’uso di più lingue nella stessa canzone, dall’inglese al greco antico al dialetto siciliano. Anche i contenuti sono molteplici, dall’introspezione all’amore, dal viaggio alla canzone di protesta, ma soprattutto va sottolineato il suo interesse filosofico e l’indagine della spiritualità. Battiato mostra inoltre una particolare attenzione sia musicale, negli arrangiamenti, sia nell’ambientazione vera e propria di certi versi, per il Medio Oriente, il Maghreb e la spiritualità sufi.
Altra caratteristica importante della produzione di Battiato è che questi temi, questi punti di vista sono contemporanei, e sempre presenti nel corso degli anni.
La metafora del viaggio in Battiato è a mio avviso per lo più usata per indicare un viaggio introspettivo che sfocia in un vero e proprio cammino spirituale. Quindi è via non di chiusura ma di apertura al massimo grado, fino a raggiungere la possibilità di unirsi alla natura, all’assoluto, all’infinito, trovandolo dentro di noi. Molto spesso il viaggio viene da lui evocato proprio in questi termini.

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