Francesca

Francesca è proprio il nome che io avrei voluto. Mi serve solo per raccontare ai miei qualcosa, senza che mi tormentino con delle domande troppo invasive. Non le sopporterei. Del resto è per questo che me ne sono andata da casa e mi sono trasferita a Parigi: per le domande.
“Cosa hai fatto oggi?”. Niente, mi sono appena alzata, e ho un unico pensiero: gli addominali di Andrea. E’ lo stesso pensiero che mi ha tenuto caldi i sogni stanotte. Come una coperta che tutta mi avvolge. Andrea ieri non mi ha abbandonata un secondo. I suoi addominali sono il mio materiale. Ho decine di nudi senza volto accatastati ai quattro angoli di questa stanza.
Divido l’appartamento, un enorme appartamento, con altre tre ragazze che non mi sopportano. Una di loro in realtà si chiama Francesca ma è bruttina ed è invidiosa perché ho tanti amici. Tanti amici maschi. I miei amici corrispondono a canoni estetici che io mi creo. Non transigo. Andrea è alto uno e novanta, ha due spalle larghe da nuotatore, un petto ampio e questi addominali perfetti. Ora sto arrotolando il migliore nudo, dove ho ritratto la migliore parte del corpo di Andrea. Qui ho accennato anche lo sterno e ho magnificamente reso l’inguine con un taglio di luce di cui andrò sempre fiera. Ed ero tanto eccitata quando ritraevo quel corpo che volli accennare anche la curva del suo pene semieretto. Ma poi mi parve eccessivo e non continuai. L’immaginazione di altri occhi renderà il nudo ancora più eccitante e il potere del mio tratto si manifesterà al più alto grado. Il linguaggio del sesso è “al di qua” dell’arte. Più volte toccai Andrea che per gioco mi lasciava fare, lui che era il dio dell’amore e degli addominali ma preferiva, nell’amore, gli uomini.
Dalla finestra spio la mano decisa di Francesca che ritrae corpi di maschi splendidi. Sono in realtà in una scuola femminile e non conosco ragazzi. Dove stavo prima, quando cioè abitavo con i miei, credevo di essere innamorata di un ragazzo molto ignorante, Mario, più grande di me, che faceva la scuola di infermiere, permaloso come un bambino piccolo e neanche bello. Mi prendeva sempre con forza ed io non imparavo niente dell’amore. Forse tanto poco ho imparato dell’amore che, giunta qui, con grande stupore mi scoprii intenerita ogni volta che incrociavo lo sguardo smarrito di Gisella. E così una notte restammo abbracciate. Gisella però voleva fare l’amore e, dopo quell’esperienza con me, seppi che fu sorpresa con Claudia. Le hanno mandate via tutte e due! Che tristezza! Che ignoranza! Pensare che questa gente perde ancora tempo a controllare certe cose! Anche Francesca l’hanno mandata via: Francesca, Claudia, Gisella, tutte via. Una per un motivo misterioso, una perché arrivava tardi, l’altra perché la media dei voti era troppo bassa.
Anche a me mi hanno mandata via. Io che per il mio flauto avrei fatto qualsiasi cosa. Compositori di fama mondiale dedicano a me brani per flauto solo: io sono la cavia, perché se qualcuno immagina un suono, un rumore, un respiro che passi attraverso un flauto, deve volere me. Io sono la migliore flautista al mondo. Una flautista estrema. E del resto non ho altro da fare, da quando sono rimasta paralizzata dalla vita in giù. Il mio ventre ingordo non appagherà mai la sua voglia. Né avrò mai figli.
Io vivo per la musica e gli acufeni sono spettri burloni, i fantasmi dei miei morti che mi danno coraggio. Senza loro anch’io sarei già morto. Oltre a suonare scrivo, scrivo tanto. Scrivo lettere per i miei genitori che non sanno usare la posta elettronica perché sono rimasti un po’ indietro. Scrivo come uno scrittore antico, a cui bastano due pagine di pugno per avere dei crampi (che sono un rischio per tendini e polsi e dita… insieme alla boccuccia mi devono restare perfetti, loro, a dispetto del mio povero sesso prosciugato e le gambe tutte mollicce). Ah, come mi piaceva restare in piedi nudo davanti allo specchio, guardarmi gli addominali perfetti, come mi piaceva farmi toccare da quella ragazza che voleva diventare pittrice, diplomarsi all’Accademia e poi trasferirsi a Parigi, e come mi piaceva Mario, l’infermierino, con quegli occhioni spaventati… e adesso? Eccomi qui: non sento più niente dall’ombelico in giù. Ma a volte queste gambe mi fanno tanto male: che gioia! Se dolgono esistono e forse guariranno! Invece no: arrivano le tre suore che dividono con me questo appartamento e, senza farsi vedere dal primario e dalla polizia, entrano nella stanza disordinata (piena di tele e fogli enormi di nudi a carboncino), si spogliano nude e spingono la sedia a rotelle fino alla finestra, e poi, insieme, guardiamo passare le studentesse universitarie che sognano una vita eccitante, una carriera, Parigi, l’amore. Loro vanno alla lezione delle undici col mal di testa ancora, per i bagordi della notte. Le suore mi dicono: ”Andrea, amore mio, se ti fa troppo male noi arriviamo”. Mi iniettano qualcosa e anche Francesca, per un po’, non esiste più.

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© 2017 Giovanni Peli