Il giocattolo rotondo

Dieci famiglie hanno mandato fuori di casa dieci bambini perché stavano tutto il giorno attaccati al telefono a raccontarsi lunghe storie un po’ vere e un po’ inventate: storie più che altro divertenti a volte di paroloni a volte di diavoli a volte di dolci a volte di castelli a volte di baci.
Vennero una mattina tutti e dieci al centro di questo incrocio che ormai è entrato nella Storia. Si misero a camminare verso nord, un po’ tristi perché nessuno li voleva più, un po’ contenti perché ciascuno di loro aveva nove nuovi amici: e poi, anche se nessuno lo diceva, tutti pensavano che avrebbero passato il resto della loro vita a giocare, oltre che a camminare verso nord. Non c’era un motivo particolare che li portava verso quella direzione e non verso un’altra: soltanto a tutti piaceva la parola nord più di est, di ovest, o di sud: lo scoprirono con una grande risata, questo loro gusto comune, e anche adesso, che assieme ne hanno passate delle belle, quando qualcuno di loro è triste non deve fare altro che pensare al nord per sorridere di nuovo.
I primi cento giorni rimasero in realtà seduti nel centro dell’incrocio a decidere con che gioco iniziare il loro lungo viaggio, tutti sapevano che doveva durare tanto, sicuramente si parlava di anni. Non fecero proprio un piano dettagliato, però grosso modo erano riusciti a capire quali fossero i gusti predominanti ed eliminarono tutti i giochi che piacevano solo ad uno o a due di loro.
La prima volta giocarono con le carte e dopo cinquanta giorni finirono i giochi. Infatti giocarono a briscola, scopa, rubamazzo, scala uno due tre fino a scala millecentoventotto, tressette, cavarsi in camicia, ramino, pizzicotto, prendinò.
Poi si misero a giocare coi burattini e inventarono ottocentomila storie tutte diverse: una volta un soldato si rompe la gamba mentre tenta di salvare la principessa, ma per paura dell’orso riesce lo stesso a spiccare un enorme salto, ad acchiappare al volo la principessa e ad atterrare dall’altra parte del mondo; una volta una tigre affamata ha assalito il carro degli zingari, ma la nonna crea cento copie di gesso per ogni membro della famiglia, e così la tigre muore di fame perché non trova mai carne buona da mangiare.
Per inscenare coi burattini queste storie avevano costruito un teatrino stupendo: c’era il palco, c’era il sipario, c’erano le luci, persino le quinte: loro facevano sempre le cose in grande! Pensate che uno di loro propose anche di costruire la platea con le poltrone ed anche i palchetti e poi su, su, fino al loggione… ma alcuni dissero che, forse, tutto ciò sarebbe stato troppo difficile da trasportare… e così non se ne fece niente. In realtà però, tutti quelli che non dovevano “recitare” (muovevano i burattini in due alla volta), si costruivano ogni volta delle sedie speciali: fatte di conchiglie, coralli, rami e foglie.
Tutte queste attività, giochi divertentissimi, servivano per scandire il tempo che passava: l’inizio e la fine dei giochi segnavano le tappe di marcia. Finito un gioco si cominciava a camminare finché non si era troppo stanchi, poi si fermavano, dormivano e quando erano tutti svegli cominciavano un altro gioco.
Il cammino è cominciato! Giocano mentre camminano, mangiano mentre camminano, si conoscono mentre camminano.
Novantasette giorni di fila giocano a darsi i nomi. In base alle qualità di ognuno vengono decisi nomi adatti: per esempio uno Micio perché è molto curioso e l’altro Scricciolo perché è piccolino. Però al quarantasettesimo giorno Micio si chiama Vipera perché ha fatto un dispetto a Rosa che si chiama così perché profuma, almeno secondo Scricciolo che ha di certo un debole per lei, e per questo per diciotto giorni e mezzo invece di Scricciolo ha avuto per nome quello di Valentino.
Il gioco più bello è stato il più bello perché è stato anche il più lungo ed è stato il più lungo perché ha avuto milleduecentosettantré varianti: il gioco dei suoni.
Prima ognuno cantava una nota. Poi ognuno poteva cantare due o tre note diverse ma non poteva cantare quelle che cantava l’altro. E diventarono così bravi che al trecentoquarantaduesimo giorno ognuno di loro sapeva cantare un migliaio più uno di note e nessuno ne cantava una uguale a quella dell’altro, proprio mai!
C’era una variante del gioco dei suoni che consisteva nel far cantare un oggetto: ognuno riuscì ad inventare parecchi strumenti musicali mai visti prima, purtroppo mi manca il numero preciso: comunque grazie a loro oggi abbiamo l’orchestra di bucatini, il duo di meringhe, composizioni per glassa elettrica e per zabaione a quattro mani. Inventarono il piano biscottato e il sestetto di involtini.
Purtroppo un giorno uno di loro che si chiamava Claudio, Bricco, Mastro, Fosco e Bigio disse che per camminare meglio era consigliabile smettere di giocare.
Nessuno gli diede retta ma tutti ci pensarono su per trecentocinque giorni e, quando si accorsero di essere lontanissimi dall’incrocio da cui erano partiti e tuttavia lontani dalla pur minima speranza di vedere qualcosa all’orizzonte che non fosse quella stessa strada, cominciarono a giocare in due o tre o quattro o cinque per volta: mai più tutti assieme.
C’è da dire inoltre che nel frattempo avevano fatto tantissimi altri giochi: più di mille senza giocattoli: molto apprezzato il fare finta o di essere un animale o un supereroe o un mostro o un mago o un marziano o di avere una moto o un cavallo o un razzo e altri giochi del genere, poi ne avevano fatti più di cinquecento coi giocattoli, infatti molti oggetti curiosi li trovavano per strada dietro un albero o in fondo ad un arcobaleno, oppure si armavano di santa pazienza e se li fabbricavano da soli, come avevano sapientemente fatto con gli strumenti musicali.
“Cosa ci guadagnamo a giocare? Nessuno ha mai messo in discussione il fatto che noi continuiamo a camminare, ma dove andiamo se incontriamo una biforcazione? Questa strada non può avere sempre una sola direzione. Forse qualcuno dovrebbe fermarsi e qualcun altro effettuare un’esplorazione. Forse dovremmo giocare solo uno per volta una volta al giorno e per il resto del tempo tutti dovremmo riflettere su questa strada. Forse dovremmo correre per tre giorni di fila e poi dormire una settimana”, disse una volta uno di loro.
Un giorno un gioco venne interrotto a metà: mentre i cavalieri armati di collane di perle invitavano gli orsi grizzly a danzare insieme a loro, le damigelle dissero: “Noi andiamo a dormire… siamo stanche…”.
E così, dopo così tanto tempo scandito dall’inizio e la fine di una serie di giochi, i bambini scacciati dalle loro case, loro che camminavano e camminavano e sapevano di dover continuare a camminare, smisero di giocare.
Tutti quanti si diedero un nome solo, anche se provvisorio, e ognuno portò con se un solo strumento musicale che avrebbe utilizzato sera sì sera no, rintanato in un angolo per rilassarsi e pensare meglio alla strada da fare: tutti gli altri oggetti che avevano costruito sarebbero stati bruciati nelle sere dell’inverno freddo, e poi non potevano continuare a portarsi dietro otto milioni di oggetti diversi per duecentosettantamila chilometri quadrati (e pensare che, all’inizio del cammino, per un pelo non si erano costruiti un teatro portatile…).
Eppure una sera, uno di loro, interrotta una triste melodia della sua zolletta zufolante, pensò: “Ma come facevamo a non sentire com’erano pesanti le nostre cose, e come facevo io a sedermi sulla neve senza accorgermi di come fosse fredda ?”.
Ma erano pensieri che non aiutavano nessuno a scegliere la direzione da prendere quando la strada si fosse biforcata, e così non diede loro alcun peso e non ne fece parola con nessuno.
Accadde un giorno che due di loro si misero a contare i giorni, ma non per gioco: dicevano infatti che sarebbe stato utile per capire quanta strada avevano percorso e per non essere impreparati qualora di fronte all’attesissimo bivio avrebbero dovuto prendere una decisione.
E subito dopo aver fatto un bel calendario, non di giochi ma proprio un calendario come quelli che abbiamo noi appesi al muro, decisero di contare le ore.
E’ per questo che quei due da allora vengono chiamati Tic e Tac e tutti i nomi che avevano avuto prima vennero dimenticati.
E così i giorni e le ore cominciarono a susseguirsi uno alla volta come granelli di un rosario. Ognuno di loro almeno una volta al giorno si sorprendeva a pensare a quanti fossero questi granelli: conoscevano la loro dimensione ma non la loro quantità, né del resto riuscirono mai a capire perché ad un granello continuava a seguirne un altro, né perché nella loro vita reale, ormai ben distinta dalla fantasia, il rosario avesse la forma di una lunga strada che non cambiava, nonostante tutti fossero certi del fatto che prima poi si sarebbe dovuta biforcare e avrebbero dovuto decidere se andare a sinistra o a destra.
Tutti questi nuovi sentimenti non davano più alcuna occasione di avere voglia di giocare. I bambini adesso desideravano cose che non potevano avere. Sognavano, quasi di nascosto, dei giocattoli nuovi, ma, invece di inventarseli e costruirseli, si sforzavano di non pensarci più, e continuavano a camminare aspettando la biforcazione della strada.
Ma venne una notte in cui una bambina non volle andare a dormire assieme agli altri che non facevano caso a lei dall’ora del tramonto. Lei quel giorno non aveva avuto fame all’ora di cena, né sonno all’ora di andare a letto: era rimasta appoggiata tutto il tempo ad un albero e guardava tutto intorno l’orizzonte che li circondava da sempre.
Nel cuore della notte si mise a ridere. Uno alla volta tutti i bambini si svegliarono e le si avvicinarono stupiti (lo stupore era un sentimento che avevano scoperto da poco). A tutti vennero in mente le risate che facevano i folletti se la strega cadeva nel fiume, o se la pappava un topo gigante. Vennero in mente le risate dei monti pescivendoli, quando con un grande affare avevano rifornito di pesci l’oceano minimo minimo per mille volte centomila anni e trentadue settimane… e in silenzio tutti scoprirono la malinconia.
Sempre ridendo la bambina fece allora un bel discorso. “Sono stata qui a guardare tutto intorno: ad un certo punto tutto è diventato rosso, come la principessa quando venne baciata dal cavaliere tutto tremante, e poi, piano piano, tutto è diventato nero, come nelle canzoni una melodia va su e su e poi va giù e ancora giù! E adesso guardate! Guardate il giorno come si è travestito! Che gran gioco fa l’orizzonte che ci circonda: si traveste e diventa tutto nero! E’ così divertente! Proprio quando dite che ad un giorno ne segue un altro (e per noi sono tutti uguali, perché pensiamo sempre in silenzio a quando arriverà il bivio su questa strada) proprio in quel momento, mentre dormiamo, l’orizzonte si fa vedere tutto nero perché si è travestito e gioca ad essere diverso, fa finta di avere la luna e le stelle, fa finta di avere le piante blu, le foglie scure scure ed i lampioni accesi e i semafori lampeggianti, ma in realtà è sempre l’orizzonte che ci tiene dentro il suo cerchio, come se noi fossimo il suo dito! Che gran gioco!”.
E rideva e rideva e da allora, pensate, la chamano Ridolera.
E tutti i nomi che aveva avuto prima che erano Viola per il suono della sua voce, Rosa per il suo buon profumo, Bianca per il colore della sua pelle, Letizia perché inventava sempre giochi lunghi, Gaia per come sorrideva, Sofia per i discorsi tranquillizzanti e Chiara per gli occhi azzurri, li hanno tutti dimenticati.

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© 2017 Giovanni Peli